venerdì, settembre 08, 2006

Fuori tema - Due

Uno - Due - Tre

«Beh com'è andata?» mi chiese Berto premuroso, «le hai strizzato i capezzoli? Dicono che se li fa venire grossi e lunghi come tappi di sughero.»
«È andata molto bene, abbiamo passeggiato, parlato di noi… mi ha pure permesso, grattandola, di liberarla da un fastidioso prurito. Poi io volevo leggerle una mia poesia ma… »
«Ah ah così non l'avevo mai sentita, lei aveva prurito e tu l'hai grattata!»
«…ma lei si è addormentata all'improvviso, e non ho potuto finire.»
«No no guarda che se si è addormentata vuol dire che l'hai fatta finire, ma ti devo spiegare tutto? Ti prende così a volte, anche alle donne: o ricominci subito oppure ti viene il collasso e ti abbiocchi. Capito?»

Un giorno anche Berto sentì il bisogno di confidarsi.
«Ti ricordi la volta che sei andato con quella zoccola di Tania? Beh te lo devo dire amico, con la tua storia della grattata mi avevi proprio messo il generale sull'attenti. Mi son detto: sta' a vedere che riesco pure io a strofinarla un po'. Cazzo lo so che te la stavi puntando, non guardarmi così, però in fondo, dài, ammettilo anche tu! non è che facevi sul serio. Insomma la sera stessa la chiamo e le propongo di uscire. Manco il tempo di spremermi un perché e un percome: accetta subito, all'istante, marsc'!, te l'ho detto che è una cavalla in calore. Dopo cena passo a prelevarla col vesponzo e partiamo al mare. L'ho spianata sulla sabbia, non ha voluto nemmeno che prendessi l'asciugamano: aveva troppa furia la maiala. Allora le ho levato tutti i pruriti senza tanti complimenti. Ti dirò di più, non s'è addormentata manco per niente.»


«Forse aveva riposato un po' prima d'uscire» osservo io. «Comunque, tranquillo amico mio, quel fiume chiaro e limpido che era Tania non scorre più tra gli argini del mio cuore. Mi aveva incantato coi suoi modi angelici, è vero, ma ora non più.»
«Bene bene, ne ero sicuro, son proprio contento. E con Debora come va , te l'ha già fatta annusare?»
«Oh è un vero idillio con lei, parliamo spesso di poesia e condividiamo molti interessi.»
«Non dirmi che ancora non te l'ha strapazzato, si vede subito che anche lei è una ninfomane in crisi di astinenza.»
«Penso che se riuscissi a trovare l'occasione propizia, potrei provare a leggerle una poesia. Ne porto una sempre qui nella tasca, vedi? Il foglio è un po' sgualcito ma ciò che contiene brilla più che mai di tutto il mio essere.»
Speravo mi chiedesse di leggergli i miei versi, ma Berto era troppo discreto. Sapeva che il velo della mia intimità più segreta si sarebbe squarciato, lasciandomi nudo e inerme, e non voleva mettermi a disagio.
«Sei furbo tu, hai sempre una carta da culo per i momenti critici. Pensa che una volta mi sono dovuto arrangiare col parasole della macchina. A proposito di Debora, se vuoi andare sul sicuro fai come me, portala al mare, verso l'ora di cena che non c'è nessuno, oppure più tardi quando non si vede più un cazzo e puoi anche farle ballare il funky sul cofano, senza guardarti in giro prima di battere il tempo.»

Il sole si immergeva lentamente nel vago orizzonte del mare, dove, come un Narciso astrale, si rifletteva languidamente prima di affogare. Gli ultimi barbagli scarlatti si posarono dolcemente sul viso di Deborah, raggiante di felicità.
«Fil puoi spegnere il motore, per favore? Mi stai intossicando con l'ossido di carbonio. Stando alle statistiche, la mia attuale speranza di vita dovrebbe suggerirti che sono ancora troppo giovane per morire.»
Scendemmo la spiaggia fino alla riva, ansiosi di riempirci gli occhi degli ultimi riflessi argentati. Io la precedevo di un passo, tenendole una mano, e delicatamente la guidavo in modo che scegliesse i percorsi meno insidiati da sterpi e sassi.
«Senti tienimi la borsetta invece di strattonarmi, che così non fai altro che farmi perdere l'equilibrio.»
Ci sedemmo su un asciugamano, che lei distese con molta grazia e infinita premura.
«Ti dispiace sederti più in là? Non c'è abbastanza spazio per tutt'e due qui sopra. Allora, di cosa mi volevi parlare? Io te lo dico subito, per quello che ti frulla in testa preferisco in macchina, non ho nessuna intenzione di insozzarmi con alghe, rifiuti vari e riempirmi di sabbia.»
«Deborah » sussurrai, «in quest'ultimo mese abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo scoperto le nostre tante affinità elettive, non c'è argomento che tocchiamo che non ci emozioni entrambi…»
«Ma perché la vuoi fare tanto lunga? Ti ho già detto esplicitamente che va bene, soltanto preferisco che andiamo in macchina.»
«A me piacerebbe che accadesse qui, bagnati dagli ultimi raggi del sole. »
«E vabbé, basta che ti spicci. Anche perché mi pare di capire che non intendiamo la stessa cosa.»
«Tu cosa intendi?»
«Avanti, leggimi quell'accidenti di poesia.»
«Oh grazie Deborah, tesoro mio…»
«Basta che non mi chiami tesoro.»
«… ti sono grato fin dal profondo dell'anima, sapevo che avresti capito. Ecco ce l'ho proprio qui, il foglio è un po' mal ridotto però è il tesoro che custodisce, l'importante.»
Stando sempre a contatto con i jeans, la pagina ne aveva assorbito un po' di colore e perciò aveva ormai uno sfondo azzurrino; le lettere apparivano sbiadite, sfuggenti. Ciò che lessi, tramortito dalla forte emozione e all'ultima fioca esalazione di luce del sole, non poteva non essere stravolto e confuso.

«Gli orchi patiti
dell'intimo a cosenza.
Gli stupidi mori
bello sguardo senza
veli, nulla a tergere
il sudore dell'amico
pregno…»


…e mentre leggevo mi raggiunse, dapprima come un'eco lontana, poi come un chioccolare di fringuelli, infine come una sirena acutissima, alternata a rapide esplosioni, una squillante risata.
«Ah ah ah ma che cosa mi stai leggendo, la descrizione di un'orgia omosessuale? Ah ah ah ma chi se l'aspettava da te, mi hai proprio stupita! » E con un bacio colmo di fraintendimento suggellò quel deplorevole incidente.
«Oh Deborah, non so come spiegarti, ho travisato la lettura di una poesia che conosco quanto me stesso, perché proprio il mio essere più intimo rappresenta… dev'esser stata la luce morente, l'emozione o qualche maligno spirito che si è divertito alle mie spalle. Aspettami qui, vado ad accendere i fari della macchina.»
Corsi alla macchina, inquieto e impaziente come chi, in un'ultima tragica tenzone, non voglia perder l'occasione di riscattare il proprio onore. Un torrente di luce irruppe sulla spiaggia fino a lambire le piccole onde sulla battigia. Scesi dalla macchina e mi avviai verso Deborah, lentamente, in modo da avere il tempo di richiamare alla memoria tutta la poesia, per farla poi scorrere fluida e sicura attraverso le mie parole, senza doverla leggere e rischiare di rallentarne il ritmo o, peggio, di sbagliare ancora nel declamarla.
A pochi passi da lei mi fermai, stupito. Seduta a gambe incrociate, la testa china sul mio foglio posato sul grembo, leggeva immobile con grande attenzione e tra le sue labbra vi era adagiata l'ombra di un sorriso commosso. Mi avvicinai alle sue spalle, con grande trepidazione, pronto ad abbracciarla e fondermi insieme con lei nella stessa emozione, appena fosse sgorgata. Oh poter baciare il tuo viso inondato di lacrime, Deborah! Non vergognarti della tua irrefrenabile sensibilità, lascia che essa ti trasporti nei campi fioriti della vita autentica.
Attendevo impaziente che finisse la lettura… passarono molti minuti, finché non vidi le sue spalle reclinarsi lievemente, a tratti, come se si volesse distendere, per riprendersi dalla fatica dell'emozione, ma qualcosa la trattenesse. Poi d'improvviso cadde sull'asciugamano.
«Deborah…» chiamai esitante. Lei si svegliò di soprassalto.
«Oh scusami scusami, è che ho dormito male, molto male stanotte, poi prima d'uscire ho pure preso due pasticche di Aulin che mi hanno causato una terribile sonnolenza, scusami scusami tanto…»


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